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comunicato stampa

Umbria, gli occupati sono sempre più anziani: a rischio la copertura del fabbisogno lavorativo nei prossimi anni

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L’occupazione in Umbria è cresciuta nel 2023 più che in Italia. Ma chi lavora, in Umbria più in che Italia, è sempre meno giovane. Dunque, più occupati ma più anziani.

La fotografia al 2023 mostra che 3 occupati umbri ogni 4 hanno un’età compresa tra 35 e 64 anni; poco più di una persona occupata ogni 5 ha meno di 35 anni (meno che in Italia) e oltre 4 su 10 hanno dai 50 anni in su (un po’ più che in Italia).

Come è cambiata dal 2018 al 2023 la struttura per età dell’occupazione umbra?

“In Umbria poco più di una persona occupata ogni 5 ha meno di 35 anni (meno che in Italia) e oltre 4 su 10 hanno dai 50 anni in su (un po’ più che in Italia)”

Rispetto alla situazione di sei anni fa diventa più massiccio, non solo come quota ma anche in valore assoluto, il contributo delle persone con 50 anni e più (anche oltre il limite convenzionale dell’età da lavoro), a scapito di quello dei più giovani: si riduce soprattutto, anche in valore assoluto, la quota delle persone mature (35-49 anni), in Umbria come in Italia; un po’ più lieve la contrazione dei 25-34 enni, in questo caso in controtendenza rispetto a un rafforzamento su scala nazionale; si segnala invece un impercettibile recupero, ma più contenuto di quello nazionale, della fascia dei giovanissimi (under 25).

Il tasso di crescita dal 2018 al 2023 dello stock di occupati mostra il primato degli ultra-sessantaquattrenni (+36,8%), segue la fascia 50-64 anni (+15,6%) e infine la giovanissima (+9,2%).

In Italia più contenute rispetto all’Umbria sono state le variazioni delle due classi più anziane a vantaggio di quella più giovane, salita in occupati del 15,9%; in più, è aumentato anche il contributo dei 25-34 enni, in controtendenza rispetto alla flessione umbra.

“Le persone che lavorano per il mercato stanno invecchiando, più in Umbria che in Italia”

Rispetto invece all’ultimo anno, flettono i giovanissimi umbri occupati (a fronte dell’aumento nazionale) mentre aumentano i 25-34 enni, relativamente più che in Italia. Prosegue invece il calo, soprattutto nella regione, dei lavoratori tra 35 e 49 anni, quelli tradizionalmente più numerosi e che, già dalla fine del secolo scorso, hanno imboccato il sentiero del declino. Al contrario, i 50-64 enni e, ancor di più, gli occupati con oltre 64 anni hanno registrato in un anno un incremento notevole, più intenso che su base nazionale, che di fatto ha determinato la crescita dello stock occupazionale complessivo (15-89 anni) degli umbri più marcata di quella degli italiani.

Il fatto che le persone che lavorano per il mercato stiano invecchiando, e più nel caso degli umbri che degli italiani, è naturale conseguenza delle tendenze demografiche che, come noto, nella regione sono più marcate.

L’esito congiunto delle due dinamiche, quella degli occupati e quella della popolazione di riferimento, opera sui livelli del tasso di occupazione (il quale può salire nel tempo anche in presenza di un calo occupazionale).

Al riguardo, si sottolinea la crescita dell’indicatore, seppure per motivi differenti, nelle seguenti fasce d’età:
· tasso di occupazione 25-34 anni – in Umbria aumenta soprattutto per la diminuzione della popolazione di riferimento; in Italia perché cresce l’occupazione e cala (rispetto al 2018) la popolazione; al Nord si accresce per un aumento degli occupati superiore a quello della popolazione di riferimento;
· tasso di occupazione 35-49 anni – aumenta in Umbria, in Italia, al Nord perché la flessione dell’occupazione è inferiore a quella della popolazione di riferimento;
· tasso di occupazione 50-64 – aumenta in Umbria, in Italia, al Nord perché l’occupazione si accresce più della popolazione. In questo caso, ovvero tra i più anziani, il valore dell’indicatore al 2023 dell’Umbria tende verso quello delle regioni settentrionali.

Le implicazioni sul mercato del lavoro di una popolazione che invecchia
Motivi di ordine demografico sono dunque i principali responsabili dell’accentuata tendenza all’invecchiamento dell’occupazione. Sul quale, negli anni più recenti, possono aver giocato un certo ruolo sia le misure che hanno inasprito le condizioni per l’accesso al pensionamento, sia la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro per effetto del passaggio dallo stato di inattività a quello di attività di una parte di donne mature, i cui figli sono diventati grandi.

Intanto, i baby boomers che oggi riempiono le fila delle persone con un impiego più in là con gli anni diventeranno a breve pensionati e, nel medio periodo, sarà difficile sostituirli numericamente visto che le generazioni che li seguono sono sempre meno nutrite. E poiché anche un (auspicabile) rafforzamento demografico delle fasce più giovani, se mai ci fosse, sarebbe un processo comunque lento per dare i suoi frutti, è ragionevole pensare che ancora per un po’ di anni a lavorare saranno prevalentemente le persone più anziane, comprese quelle con oltre 65 anni.

“Cresce il tasso di occupazione anche per motivi di ordine demografico”

In un mercato dove la maggiore disponibilità di forza lavoro si trova tra gli ultracinquantenni, ci si chiede quali possano essere i risvolti da un punto di vista delle competenze richieste dal mercato e imposte dai frenetici progressi della tecnologia. La quale, come noto, è materia governata soprattutto dai più giovani che, però, sono sempre di meno.

Lo scenario si complica considerando il problema, già da tempo presente su scala mondiale, in Italia e ancor più in Umbria, legato alle difficoltà del sistema produttivo a reperire sul mercato le figure professionali di cui ha bisogno. La portata del fenomeno è sintetizzata da un numero, ovvero dalla quota di lavoratori che le imprese considerano di difficile reperimento rispetto al fabbisogno totale: secondo le ultime stime Excelsior, sfiora il 48% in Italia e sale al 55% in Umbria.

“Nel 2023 le strozzature nella produzione per il mancato o ritardato inserimento dei profili professionali necessari all’attività delle imprese hanno determinato in Italia 43,9 miliardi di euro di valore aggiunto in meno”

Questo collo di bottiglia, che si va restringendo, sta determinando ripercussioni di natura economica di non poco conto. Secondo le previsioni stilate da Unioncamere-Ministero del Lavoro[i], in Italia la contrazione del valore aggiunto conseguente alle strozzature nella produzione per il mancato o ritardato inserimento dei profili professionali necessari all’attività delle imprese operanti nei settori industriali e dei servizi privati osservati dal Sistema informativo Excelsior è stata stimata nel 2023 pari a 43,9 miliardi di euro, per una flessione del valore aggiunto e del Prodotto interno lordo rispettivamente pari al 3,4% e al 2,5%.

Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro si sta aggravando anche per la necessità di sostituire i lavoratori in uscita: nei prossimi anni la replacement demand assumerà un ruolo sempre più centrale e critico, considerata l’impossibilità da parte dei più giovani a garantire una piena sostituzione di quelle persone adulte destinate nel giro di pochi anni ad andare in pensione. Sempre secondo le previsioni Unioncamere-Ministero del Lavoro nell’ambito del Sistema informativo Excelsior per il quinquennio 2024-2028, il fabbisogno occupazionale sarà dettato per la quota predominante (circa l’80%) dalla necessità di sostituire gli addetti che per fattori demografici – pensionamento o mortalità – usciranno dal mercato.

“Il ruolo della replacement demand: in Umbria, come in Italia, il fabbisogno lavorativo stimato nel periodo 2024-2028 per l’80% dei casi servirà a coprire il personale in uscita”

Per l’Umbria, del fabbisogno di circa 51 mila occupati previsto nel quinquennio, le unità da rimpiazzare si stima possano essere di 40.800 unità (e, dunque, poco più di 10 mila quelle da espandere): insomma, circa 8 persone su 10 dovranno essere sostituite per coprire il fabbisogno lavorativo del personale in uscita e solo 2 dovrebbero essere i nuovi ingressi.

Del fabbisogno occupazionale complessivo, il 36% (due punti in meno rispetto alla media nazionale) sarà rappresentato da personale in possesso di una formazione terziaria (18 mila unità) e per il 51% (5 punti più che in Italia) da lavoratori con formazione secondaria di secondo grado, cioè un diploma liceale (2 mila unità), un diploma tecnico-professionale (14 mila unità) o una qualifica/diploma IeFP (10 mila unità).

Date queste premesse, i giovani con la “giusta” formazione dovrebbero avere sempre meno problemi a trovare un lavoro. Ma le imprese, dal canto loro, dovrebbero avere molto chiaro un concetto: per i giovani di oggi, spostarsi dal luogo di residenza verso altri lidi che assicurino remunerazioni lavorative più interessanti ormai non costituisce più un ostacolo al loro desiderio di realizzazione professionale e di vita. Un elemento che sembra sia sottostimato dai più, a cominciare dagli stessi datori di lavoro i quali, per oltre la metà dei casi, dichiarano di essere disinteressati ad arginare la fuga dei giovani talenti occupati nella propria azienda[ii].

La ricerca di prospettive lavorative migliori soprattutto dal punto di vista retributivo, che porta i giovani a spostarsi da un’azienda all’altra, da una regione ad un’altra e anche all’estero, è una prassi ormai diffusa in Italia (interessa anche le regioni del Nord) e non risparmia l’Umbria: la regione, anzi, presenta condizioni più penalizzanti su questo fronte, visto che il reddito medio dei dipendenti privati al di sotto dei 35 anni è molto più basso e in allontanamento progressivo rispetto a quello dei coetanei occupati al Centro-Nord (cfr. Poveri giovani, https://www.agenziaumbriaricerche.it/focus/poveri-giovani/).

Inutile ricordare che le ripercussioni sul territorio dell’esodo dei più giovani rischiano di minare ulteriormente un equilibrio sociodemografico già pesantemente compromesso.

Note
[i] Unioncamere – Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Sistema Informativo Excelsior, Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2024-2028), 2023.
[ii] Cfr. Infojobs, “Upskilling e Reskilling”, indagine svolta a fine 2023 su un campione di 158 aziende attive in piattaforma in tutta Italia e 1.316 occupati dai 18 anni in su.

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Questo è un comunicato stampa pubblicato il 17-04-2024 alle 16:27 sul giornale del 18 aprile 2024 - 12 letture






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